Senza tregua

Approfitto di un breve momento di pausa (in realtà solo apparente, dal momento che in questo periodo non posso permettermi di meglio che immaginare di esserlo) per tornare a farmi vivo su questa pagina. Dovevo finire nella pancia della grande balena giallo-blu per ricordarmi che da un po’ di tempo non trasmettevo mie notizie attraverso i più moderni e avanzati sistemi telematici. La verità è che, obtorto collo, mi sono tenuto lontano da Internet per scopi privati per quasi un mese. E non mi sembra che ne abbia risentito.

L’ultimo mese infatti è trascorso in completa apnea, senza un momento di tregua. Casa, lavoro, bimbi, qualche gita, trasloco, contratti, scarrozzate autostrada e via dicendo. Preso possesso del nuovo appartamento, ovvero piantata la bandierina tricolore al secondo piano di un austero condominio che sembra uscito da un manuale di architettura Bauhaus, s’è aperta la stagione di caccia al mobile e all’arredo casalingo.

Credo valga un po’ per tutte le famiglie moderne e globalizzate come la nostra: l’annuale caccia al pezzo mancante nel paradiso del truciolato svedese è diventata da tempo una tradizionale celebrazione di fine estate: una sorta di End-SommarFest alla quale, pare, non sia possibile sottrarsi. Prima dell’apertura delle scuole, tra il conguaglio delle spese di gas e luce e il pagamento del bollo auto, una gita sulla tangenziale di Milano per raggiungere il mega-container blu non ce la siamo mai fatta mancare. Sembra essere un vero e proprio rimedio per riprendersi dalle fatiche, soprattutto alimentari, di ferragosto. Quel poco di attività fisica che si fa spingendo gli enormi carrelli metallici tra le scaffalature dei magazzini ispirati alle cattedrali gotiche, caricando e scaricando l’automobile due o tre volte prima di trovare la combinazione giusta per tornare a casa senza lasciare a terra un pezzo di mobilio (o di famiglia) e, una volta a casa, il vernissage a colpi brugola usa e getta potrebbero essere prescritte come cura dai malumori di fine vacanza da ogni medico di famiglia. Non parliamo poi dell’esercizio intellettuale che si compie cercando di capire cosa cercano di dirci gli omini muti (gli SvenPerOla, italianizzato in SenzaParola) delle istruzioni di montaggio.

Ora, figuratevi se, dopo le necessarie elargizioni di mobilio fatte a Saronno per evitare di traslocare su un autoarticolato da circo, potevamo mai rinunciarvi qui a Graz. Anche io, il giorno dopo il mio arrivo, sono stato colto dal raptus svedese.

Quindi, stante la situazione, niente di meglio che avventurarsi in territorio commerciale scandinavo armati di bustone giallo, tre o quattro matite in tasca e di un metro di carta tra le mani. Anche qui le scritte in Verdana taroccato (…) continuano a non dirci nulla ma ci sembrano tanto familiari da preferirle alle interminabili giustapposizioni tedesche in carattere Neuschwanstein. Ripercorrere metro dopo metro l’arcinoto e ubiquitario percorso frattale che conduce ai pacchi di durissime patatine fritte acide alla cipolla, alle gelatine di Lingonberries (che già a nominarlo, vuoi anche il mio trascorso professionale, mi induce uno stato di rilassamento riflesso) e alle pile di Pepparkakor è come mangiare il biscottino di Proust. Induce una leggera secrezione di endorfine. Tanto che, come ben sappiamo, una volta a casa, terminato l’effetto del container blu, scaricando le buste di carta tra le frasi più frequentemente pronunciate ci sono: E questo ora da dove esce? Chi lo ha messo in busta? E soprattutto … dove lo mettiamo?

Stamattina ho provato invidia per questo anziano che prima ancora delle dieci ha avuto il coraggio di lasciarsi andare su una poltrona del bar ed addormentarsi sotto gli sguardi indifferenti della popolazione locale e dei tanti slavi giunti sin qui dal vicino confine. Altro che endorfine …

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